martedì 5 marzo 2013

Qualcosa si era rotto

Qualcosa si era rotto. Era evidente. Cosa? Jon non lo sapeva. Anche perché in realtà non c’era nulla. Non c’era mai stato nulla. Quel giorno capì che si rompe anche ciò che non esiste. O meglio imparò che il concetto di esistenza non è lo stesso per un uomo e per una donna. Esattamente come quello di paura.
Non c’erano “se” che lo tormentavano e “ma” che lo inquietavano. Non c’era un “se fossimo stati in Olanda”. Come non c’era un “ma in Olanda”.
“Nella casa del Signore non si spara e non si fuma”, si ricordò quel verso di una canzone che lo toccava profondamente. L’aveva vissuto da subito come una testimonianza che esistono regole che non vanno trasgredite. Mai.
Evidentemente lui ne aveva trasgredita qualcuna.
Si era sempre chiesto perché si trasgrediscono le regole. E si era risposto: «per sfida o per incoscienza, ma soprattutto per ignoranza». Ci sono regole che non si conoscono, a volte nemmeno quando vengono infrante.
Il vento spazzava una città deserta. Quasi spettrale. Un quadro blu notte. Poche luci, tra cui un lampione. Salice piangente in una giungla di cemento e solitudine.
Eppure lo stato emotivo di Jon era diverso. Era come se fosse addirittura un altro Stato. Un mondo a sé. Non sapeva molte cose, ma aveva accettato di non poterle sapere. E nemmeno confidava che gli venissero rivelate. L’importante era camminare, sorridere, parlare. Così quella città gli sembrava meno buia e spettrale. Non aveva paura del futuro e nemmeno del passato. Era il presente quello che contava. Un presente in grado di sorprenderlo come mai.
Non pretendeva e non invocava. Cercava suoni tra i rumori, armonie tra i profumi. Cercava i suoi passi come si cerca qualcosa di concreto. Qualcosa che esiste, anche se non si sa cos’è. Forse, a volte, sul concetto di esistenza anche gli uomini e le donne si incontrano. Pensava. E mentre pensava, la sua vita si scioglieva in una serie di ricordi e fantasie. Immagini. Immagini non illusioni. Raccolse un biglietto per terra. C’era un numero di telefono. Avrebbe voluto chiamarlo. Anche se era notte. Anche a quell’ora. Non lo fece e quella sera si tenne dentro la sensazione di aver perso qualcosa: un’emozione, un viaggio, un racconto.
Lo adagiò in tasca e lo portò a casa. Lo mise nel cassetto delle cose non fatte e, facendolo, si accorse che non c’era bene o male, giusto o sbagliato. Quella notte aveva camminato, vissuto e scelto. Scelto di non fare. Ma pur sempre scelto.
Qualcosa si era rotto. Non sapeva cosa, ma lo avvertiva. Non voleva ripararlo. Non gli importava. Guardava dalla finestra un uomo litigare con una donna. “Chi rincorre il passato, perde il presente. Chi perde il presente, non avrà un suo passato da raccontare”.
Era pesante esistere. Lo sapeva. Esattamente come l’aria sembra ostacolare il volo. Senza aria, però, non si vola. Senza esistenza – senza essere fuori da, nel senso etimologico del termine – non si può vivere. Si addormentò sereno. Domani è un altro giorno. E la notte non dissipa i passi, che occhi attenti hanno scorto nel vento. Così come l’alba non cancella le tappe che un giorno quei passi raggiungeranno.

domenica 3 marzo 2013

L'attesa e il cammino

Jon non sapeva dove stava andando. Poteva essere la strada giusta. Un errore fortunato, tipo Kukuwok. O una metà sbagliata. Non importava. Se lo avesse saputo, non ci sarebbe mai andato. Si conosceva:  non era il principe azzurro. Non sapeva andare a cavallo. E quella calzamaglia azzurra, gli era sempre sembrata un goffo pigiama. Il principe, già, il principe... l’aveva sempre vista come una figura fredda, illusoria e triste. “Non esistono draghi, perciò non esistono principi” era una frase che gli ronzava in testa. Non era un’argomentazione logica. Non confutava nulla, ma gli sembrava sufficiente per credere in quello credeva. Non aveva ancora capito, però, se esistessero principesse.
Lei era distante. Lo sapeva. La ammirava come si ammira il cristallo. Fragilità ed eleganza. Forza e delicatezza.
Erano distanti. Lo sapeva. Ma questo non lo spaventava più. Sì, è vero, aveva avuto paura... e non poco. Erano distanti non come due realtà incompatibili, ma come due strumenti che cercano di intonarsi. Che potevano farlo. Senza averlo deciso prima, ovviamente. La vita suona melodie di suo pugno, che non sempre sono facili da cogliere e da riconoscere.
Jon non sapeva dove stava andando. Ma sapeva che non voleva chiavi per aprire il suo cuore. Le persone non sono porte o casseforti da scardinare. Non voleva fare breccia o rubarle nulla. Nemmeno voleva conquistarla e rapirle l’esistenza. L’aveva guardata negli occhi. Nei suoi occhi profondi come l’oceano aveva visto scorrere la vita. E voleva che fosse libera. “Il fiume deve arrivare al mare”. Ne era convinto.
Tante volte era stato tentato di lasciar perdere. Spesso fuggire è più facile. Metti in un fagotto le tue paure, torni indietro e pensi che finisca lì. Eppure stavolta era diverso. Voleva andare avanti e camminare. Non voleva essere come il suo passato. Nemmeno poteva pretendere di essere il suo futuro. Il presente. Quello che gli importava era il presente. Avrebbe voluto abbracciarla.  Per molti un gesto semplice – a parole, ma per lui non era così. In questo caso era diverso. Era come accarezzare un fior di loto. Ci voleva dolcezza, eleganza e delicatezza per non sciupare quei petali. Ma anche calore, forza e coraggio, perché quel colore tenue e profondo cresceva di vita, di rispetto ed amore. Avrebbe voluto dirle altre parole, ma non era il momento. Non erano pronte.
Con lei stava riscoprendo l’attesa e il cammino. Secondi, mesi o anni? A Jon non importava. Era come tornare bambino. Ricominciare dall’inizio.
I nostri occhi vedono troppo poco, per pretendere di continuare a vedere da soli. Le nostre orecchie sentono troppo poco, per ignorare le sue parole. Avrebbe voluto dirle altro. Trovare altri termini. Ma non voleva scolpirli nel marmo o inciderli sulla roccia. Un giorno era convinto che li avrebbe scritti nella sabbia. Un piccolo sbuffo di vento se li sarebbe portati via. Ma lei li avrebbe conservati nel suo cuore e nei suoi occhi, perché avrebbe letto la danza delle sue dita, che si poggiavano su una distesa dorata, accarezzata dal tramonto. Lei era così. Magia e mistero. Luce e ombra. Gioia e inquietudine.
Jon non sapeva dove stava andando, ma aveva capito che voleva andarci con lei... Qualunque cosa significasse.