Qualcosa si era rotto. Era evidente. Cosa? Jon non lo sapeva. Anche perché in realtà non c’era nulla. Non c’era mai stato nulla. Quel giorno capì che si rompe anche ciò che non esiste. O meglio imparò che il concetto di esistenza non è lo stesso per un uomo e per una donna. Esattamente come quello di paura.
Non c’erano “se” che lo tormentavano e “ma” che lo inquietavano. Non c’era un “se fossimo stati in Olanda”. Come non c’era un “ma in Olanda”.
“Nella casa del Signore non si spara e non si fuma”, si ricordò quel verso di una canzone che lo toccava profondamente. L’aveva vissuto da subito come una testimonianza che esistono regole che non vanno trasgredite. Mai.
Evidentemente lui ne aveva trasgredita qualcuna.
Si era sempre chiesto perché si trasgrediscono le regole. E si era risposto: «per sfida o per incoscienza, ma soprattutto per ignoranza». Ci sono regole che non si conoscono, a volte nemmeno quando vengono infrante.
Il vento spazzava una città deserta. Quasi spettrale. Un quadro blu notte. Poche luci, tra cui un lampione. Salice piangente in una giungla di cemento e solitudine.
Eppure lo stato emotivo di Jon era diverso. Era come se fosse addirittura un altro Stato. Un mondo a sé. Non sapeva molte cose, ma aveva accettato di non poterle sapere. E nemmeno confidava che gli venissero rivelate. L’importante era camminare, sorridere, parlare. Così quella città gli sembrava meno buia e spettrale. Non aveva paura del futuro e nemmeno del passato. Era il presente quello che contava. Un presente in grado di sorprenderlo come mai.
Non pretendeva e non invocava. Cercava suoni tra i rumori, armonie tra i profumi. Cercava i suoi passi come si cerca qualcosa di concreto. Qualcosa che esiste, anche se non si sa cos’è. Forse, a volte, sul concetto di esistenza anche gli uomini e le donne si incontrano. Pensava. E mentre pensava, la sua vita si scioglieva in una serie di ricordi e fantasie. Immagini. Immagini non illusioni. Raccolse un biglietto per terra. C’era un numero di telefono. Avrebbe voluto chiamarlo. Anche se era notte. Anche a quell’ora. Non lo fece e quella sera si tenne dentro la sensazione di aver perso qualcosa: un’emozione, un viaggio, un racconto.
Lo adagiò in tasca e lo portò a casa. Lo mise nel cassetto delle cose non fatte e, facendolo, si accorse che non c’era bene o male, giusto o sbagliato. Quella notte aveva camminato, vissuto e scelto. Scelto di non fare. Ma pur sempre scelto.
Qualcosa si era rotto. Non sapeva cosa, ma lo avvertiva. Non voleva ripararlo. Non gli importava. Guardava dalla finestra un uomo litigare con una donna. “Chi rincorre il passato, perde il presente. Chi perde il presente, non avrà un suo passato da raccontare”.
Era pesante esistere. Lo sapeva. Esattamente come l’aria sembra ostacolare il volo. Senza aria, però, non si vola. Senza esistenza – senza essere fuori da, nel senso etimologico del termine – non si può vivere. Si addormentò sereno. Domani è un altro giorno. E la notte non dissipa i passi, che occhi attenti hanno scorto nel vento. Così come l’alba non cancella le tappe che un giorno quei passi raggiungeranno.
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