Jon non sapeva dove stava andando. Poteva essere la strada giusta. Un errore fortunato, tipo Kukuwok. O una metà sbagliata. Non importava. Se lo avesse saputo, non ci sarebbe mai andato. Si conosceva: non era il principe azzurro. Non sapeva andare a cavallo. E quella calzamaglia azzurra, gli era sempre sembrata un goffo pigiama. Il principe, già, il principe... l’aveva sempre vista come una figura fredda, illusoria e triste. “Non esistono draghi, perciò non esistono principi” era una frase che gli ronzava in testa. Non era un’argomentazione logica. Non confutava nulla, ma gli sembrava sufficiente per credere in quello credeva. Non aveva ancora capito, però, se esistessero principesse.
Lei era distante. Lo sapeva. La ammirava come si ammira il cristallo. Fragilità ed eleganza. Forza e delicatezza.
Erano distanti. Lo sapeva. Ma questo non lo spaventava più. Sì, è vero, aveva avuto paura... e non poco. Erano distanti non come due realtà incompatibili, ma come due strumenti che cercano di intonarsi. Che potevano farlo. Senza averlo deciso prima, ovviamente. La vita suona melodie di suo pugno, che non sempre sono facili da cogliere e da riconoscere.
Jon non sapeva dove stava andando. Ma sapeva che non voleva chiavi per aprire il suo cuore. Le persone non sono porte o casseforti da scardinare. Non voleva fare breccia o rubarle nulla. Nemmeno voleva conquistarla e rapirle l’esistenza. L’aveva guardata negli occhi. Nei suoi occhi profondi come l’oceano aveva visto scorrere la vita. E voleva che fosse libera. “Il fiume deve arrivare al mare”. Ne era convinto.
Tante volte era stato tentato di lasciar perdere. Spesso fuggire è più facile. Metti in un fagotto le tue paure, torni indietro e pensi che finisca lì. Eppure stavolta era diverso. Voleva andare avanti e camminare. Non voleva essere come il suo passato. Nemmeno poteva pretendere di essere il suo futuro. Il presente. Quello che gli importava era il presente. Avrebbe voluto abbracciarla. Per molti un gesto semplice – a parole, ma per lui non era così. In questo caso era diverso. Era come accarezzare un fior di loto. Ci voleva dolcezza, eleganza e delicatezza per non sciupare quei petali. Ma anche calore, forza e coraggio, perché quel colore tenue e profondo cresceva di vita, di rispetto ed amore. Avrebbe voluto dirle altre parole, ma non era il momento. Non erano pronte.
Con lei stava riscoprendo l’attesa e il cammino. Secondi, mesi o anni? A Jon non importava. Era come tornare bambino. Ricominciare dall’inizio.
I nostri occhi vedono troppo poco, per pretendere di continuare a vedere da soli. Le nostre orecchie sentono troppo poco, per ignorare le sue parole. Avrebbe voluto dirle altro. Trovare altri termini. Ma non voleva scolpirli nel marmo o inciderli sulla roccia. Un giorno era convinto che li avrebbe scritti nella sabbia. Un piccolo sbuffo di vento se li sarebbe portati via. Ma lei li avrebbe conservati nel suo cuore e nei suoi occhi, perché avrebbe letto la danza delle sue dita, che si poggiavano su una distesa dorata, accarezzata dal tramonto. Lei era così. Magia e mistero. Luce e ombra. Gioia e inquietudine.
Jon non sapeva dove stava andando, ma aveva capito che voleva andarci con lei... Qualunque cosa significasse.
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