martedì 19 febbraio 2013

Jon e l'arcobaleno

Jon aveva salvato principesse. Sognato bambole di sale. Scritto di draghi che non sputano fuoco e di vecchi che sfidano il mare. Ma di lei non aveva scritto mai. Le era venuta in mente quel giorno. Dopo una grande pioggia.
La terra era bagnata.
Dalle foglie colava acqua come rugiada.
Ogni passo era lento e faticoso. Come inzuppato.
L’orizzonte cupo e il cielo pesante.
Aveva appena piovuto. Ma non di quelle piogge che passano e manco te ne accorgi. Aveva appena piovuto, ma il cielo poteva essere stato gonfio per un mese, o anche per un anno. Era stata una pioggia opprimente: di quelle che ti curvano la schiena e ti fiaccano l’animo. Di quelle che dopo non pensi nemmeno che dopo possa tornare il sole. Di quelle che Noè e il suo diluvio manco ne hanno idea.
Jon era lì. Immerso tra pozzanghere e pensieri.
Il cielo manco più pensava esistesse, o perlomeno, era talmente ben nascosto, che poteva essersi addirittura perso. Perso come chi sa dove vuole andare, ma è talmente concentrato sulla meta, che si perde la strada e, una volta arrivato, non sa come tornare indietro.
Il cielo, però, era lì. Quasi a sorpresa. Quasi come se volesse dire: “Esisto, indipendentemente da voi uomini” e lo fece capire con un arcobaleno. Sette colori che scuarciarono il piombo.
Jon non l’aveva mai visto così… bello.
Bello come il suo volto.
Anzi lo vide proprio delinearsi tra quei colori – il suo volto.
Lei sorrideva. “Com’è bella quando sorride” pensò. Lei era come se fosse lì, tra la terra il cielo. Un segno di speranza.
Era come se fosse in quell’arcobaleno. Anzi, era quell’arcobaleno.
Gentile, dolce, delicato e vigoroso. Un’occasione di riscatto per una terra piatta ed umida.
Jon si avvicinò con il passo piano di chi si avvicina alle cose belle. Si fermò a fianco a lui – o a lei, era uguale. Si sedette, la guardò e le tese la mano. La seguì.
Un tempo avrebbe cercato un tesoro. Avrebbe voluto trovare la pentola d’oro ai piedi di quell’arco in cielo.
Conoscere gli gnomi che la custodivano.
Oggi no.
Sperava che quella lieve stretta di mano non finisse mai: camminava su una terra bagnata, ma il suo passo non era più lento e faticoso.
Era un piccolo volo.
Si ricordò che un giorno aveva letto che se ci si avvicina ad un arcobaleno, questo scompare. Quel giorno imparò, che a stargli a fianco – o meglio, a starle a fianco – si impara a camminare. Lo si impara davvero.

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