Jon aveva in mente il suo sguardo come riflesso su uno specchio. Si era svegliato con quel pensiero. Avrebbe voluto tanto rinchiuderlo in un piccolo scrigno da tenere in tasca. Così da poterlo guardare quando voleva.
Ma certi pensieri sono come farfalle: non li puoi imprigionare in uno scrigno di cristallo. Li devi lasciare volare via liberi. Saranno loro a tornare a tempo debito, se lo vorranno, con più vivacità, forza e vigore di prima.
Jon camminava in una città deserta. E sentiva il rumore dei suoi passi distintamente. Una colonna sonora inedita e ritmata che lo invitava a riflettere. Aveva ancora sulla pelle il sapore della polvere della sconfitta, ma era certo che qualcosa dovesse cambiare.
Sino ad allora, si era sempre sottratto alla vita. Era stato un’ombra scura proiettata su palazzi grigi. Il vento gli accarezzava la faccia e gli ricordava dei versi di Van De Sfross che amava molto: “perché me cugnussi mea una rösa in grado de sgraffignà ’l veent, perché me cugnussi menga un veent che desmentega una rösa”.
Lei era pungente e delicata come una rosa. Aveva pensato sino ad allora. Finché non si imbatté nell’immagine di un fiore di loto, su un cartello pubblicitario. Ecco cos’era lei: nascita dal caos, ordine e luce. Qualcuno gli aveva detto che non esistono persone perfette. Era d’accordo. La perfezione è una prigione che soffoca la vita: la indebolisce, la sfibra, la rende uno stereotipo… una macchietta… un’ombra triste. Un sogno rattrappito.
“Non esistono persone perfette”, si ripeteva, ma esistono persone che ascolteresti ore. Persone che conquistano i tuoi occhi, il tuo sguardo, il tuo cuore. Persone che sono aria, sangue e terra. Volo e capriola. Tonfo e risalita. Si ricordò di cosa scriveva Tagore: “il fiore non valuta la sua bellezza: generosamente ha ricevuto e generosamente dona”. Lei era un fiore… un fiore di loto. Lo stesso poeta indiano si chiedeva: “fiorisce in acque profonde: chi può coglierlo?”.
Jon si chiedeva: “perché si dovrebbe cogliere?”. Un fiore si accarezza, si odora, si ammira. Non si recide. E se cresce in acque profonde? Quelle acque non vanno smosse. Lei era abisso e mistero. Doveva solo imparare a guardarla senza tentare di violarlo, come in passato gli era capitato. Era un sottile, ma magico equilibrio. Sottile come il filo sotto i piedi di un’equilibrista. Scrostò la sua ombra dai palazzi. Ombra su cui troppo spesso si era appiattito. Decise di andare avanti. Quel giorno aveva aperto gli occhi e si ritrovò per le mani il suo cuore, che manco credeva esistesse. Si accorse che era prezioso e lo poggiò ai piedi di quel fiore, scoprendo in un istante – che sembrò durare per sempre – il senso di un dono.
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